mercoledì, giugno 08, 2011
Comunità Familiare
Si era nella primavera del 1971. Un gruppo di giovani coppie, da me invitate, si ritrovava nel convento di Bigorio appena restaurato. Non era la prima volta che vi salivano. Parecchie di loro vi avevano fatto dei corsi in preparazione al matrimonio, ma quella volta era un'occasione speciale. Le coppie, provenienti da tutto il Ticino, avevano una grande voglia d'impegnarsi per il bene della famiglia e di aprire anche nel nostro paese uno di quei centri di consulenza che stavano sorgendo nella vicina Lombardia. Aprire un centro voleva dire affittare dei locali, assumere almeno una segretaria, presentarsi con un nome e un'identità al pubblico; in altre parole istituzionalizzarsi. Non erano persone - quelle coppie - che amavano molto incanalarsi entro statuti, ma dovevano fare di necessità virtù. Nacque così Comunità Familiare, un'associazione aperta a tutti coloro che avevano voglia di lavorare nel sociale. Si aprì il progetto consultorio a Lugano. Poi dei gruppi di mamme diedero vita ai Centri assistenza bambini e alle ludoteche. Molti giovani animano ancora oggi delle colonie integrate. Una coppia aprì un "foyer" per bambini e giovani. Parecchi membri iniziarono molto presto a impegnarsi nella lotta contro la droga. Il comitato che nacque in quelle riunioni di Bigorio s'impegnò soprattutto in una politica trasversale ai partiti. Non vi erano progetti di leggi che parlassero di famiglie e socialità che non venissero studiati e, attraverso l'azione di alcuni membri di Comunità Familiare che sedevano in Gran Consiglio, venissero formulate delle proposte. Il segretario generale dell'associazione - il sottoscritto - fu chiamato in diverse commissioni cantonali per la preparazione e il controllo dell'osservanza di queste leggi tutt'ora in vigore. Ecco in sintesi la storia dei 40 anni di vita di Comunità Familiare che, sabato scorso a Primadengo, ha festeggiato il suo quarantesimo. Lunga vita a questa benemerita Associazione che mantiene lo spirito di una grande famiglia.
domenica, maggio 29, 2011
Cristianesimo di convinzione
Molte persone dicono che il cristianesimo come religione è ormai alle corde e che da noi sussiste solo un cristianesimo come cultura. Costoro si chiedono se viviamo in una società che in Occidente si chiama ancora cristiana, quando i precetti fondamentali del cristianesimo vengono sistematicamente disattesi. Inoltre sembra che la pratica religiosa stia scendendo sempre di più. Ma proprio in questa società secolarizzata e laicizzata - uso questi termini in senso negativo, pur cosciente che hanno una valenza anche positiva - sta rinascendo un cristianesimo di adesione e di convinzione. Un esempio di questa rinascita la sto notando nella mia chiesa, dove noto un aumento di partecipazione alla Messa da parte degli uomini. Se prima alle Messe si avevano quasi esclusivamente donne, ora capita che gli uomini sono al 50% e, la scorsa estate - alle volte -, superavano addirittura il numero delle donne.
Questo cosa vuol dire?
Per me, che sta cessando un cristianesimo di tradizione, durante il quale la partecipazione alla Messa domenicale era appannaggio quasi unicamente femminile, per dar posto a un cristianesimo di convinzione, dove anche l'uomo sente la necessità di ritrovarsi in Comunità, di ascoltare la parola di Dio, di celebrare l'Eucarestia ricevendo la Comunione.
Altro esempio: è vero che non si battezzano più tutti i neonati, ma è altrettanto vero che aumentano i battesimi degli adulti, fatti con più preparazione e convinzione di quello che parecchi genitori fanno ancora quando chiedono il Battesimo dei loro figli, dimostrando che per loro il rito è una specie di magia, invece di essere una tappa di impegno ed un rinnovamento del proprio cristianesimo. Diminuiscono anche i matrimoni in chiesa, ma i fidanzati che incontro nei corsi di preparazione s'impegnano ad approfondire il senso del sacramento e a celebrarlo con convinzione. Ecco perché con la liturgia mi sento di ripetere "in alto i nostri cuori".
La speranza è l'ultima cosa che può morire e, anche se morisse, è pronta a risorgere.
domenica, maggio 29, 2011
Cristianesimo di convinzione
Molte persone dicono che il cristianesimo come religione è ormai alle corde e che da noi sussiste solo un cristianesimo come cultura. Costoro si chiedono se viviamo in una società che in Occidente si chiama ancora cristiana, quando i precetti fondamentali del cristianesimo vengono sistematicamente disattesi. Inoltre sembra che la pratica religiosa stia scendendo sempre di più. Ma proprio in questa società secolarizzata e laicizzata - uso questi termini in senso negativo, pur cosciente che hanno una valenza anche positiva - sta rinascendo un cristianesimo di adesione e di convinzione. Un esempio di questa rinascita la sto notando nella mia chiesa, dove noto un aumento di partecipazione alla Messa da parte degli uomini. Se prima alle Messe si avevano quasi esclusivamente donne, ora capita che gli uomini sono al 50% e, la scorsa estate - alle volte -, superavano addirittura il numero delle donne.
Questo cosa vuol dire?
Per me, che sta cessando un cristianesimo di tradizione, durante il quale la partecipazione alla Messa domenicale era appannaggio quasi unicamente femminile, per dar posto a un cristianesimo di convinzione, dove anche l'uomo sente la necessità di ritrovarsi in Comunità, di ascoltare la parola di Dio, di celebrare l'Eucarestia ricevendo la Comunione.
Altro esempio: è vero che non si battezzano più tutti i neonati, ma è altrettanto vero che aumentano i battesimi degli adulti, fatti con più preparazione e convinzione di quello che parecchi genitori fanno ancora quando chiedono il Battesimo dei loro figli, dimostrando che per loro il rito è una specie di magia, invece di essere una tappa di impegno ed un rinnovamento del proprio cristianesimo. Diminuiscono anche i matrimoni in chiesa, ma i fidanzati che incontro nei corsi di preparazione s'impegnano ad approfondire il senso del sacramento e a celebrarlo con convinzione. Ecco perché con la liturgia mi sento di ripetere "in alto i nostri cuori".
La speranza è l'ultima cosa che può morire e, anche se morisse, è pronta a risorgere.
Etichette: famiglia, famiglia cristiana
domenica, novembre 07, 2010
Famiglia nella società
Diventa sempre più preoccupante la stabilità delle famiglie nel nostro paese. Oltre il 50% delle coppie che si sposano, divorziano. Dobbiamo comunque chiederci il perché. Le cause possono essere diverse, fra le altre la poca capacità di tenere una stabilità in diversi campi. Una volta si nasceva, si cresceva, si viveva e si moriva nello stesso paese. Si iniziava una professione e la si portava fino alla pensione. Si votava sempre per lo stesso partito e, coloro che lo cambiavano, venivano tacciati come "volta marsina". Tutto era fissato, quasi inamovibile. Non che fosse una tradizione positiva, era piuttosto un'imposizione.
Oggi cambia tutto.
Si cambia con facilità il domicilio, bisogna alle volte cambiare la professione, non parliamo poi dei cambiamenti ideologici o partitici. E allora, perché dovrebbero rimanere stabili la moglie, il marito e l'intera famiglia? Questo interrogativo può sembrare molto impudente, eppure è una realtà. La mentalità odierna odia la continuità, soprattutto quando questa diventa "noiosità". Ecco perché, tra i motivi che portano al divorzio ce ne sono alcuni che vengono giudicati banali, ma che psicologicamente non possono essere ritenuti tali. La mancanza di stimolo, la continuità troppo tradizionale della vita, l'incapacità di creare cose nuove. Perciò una persona che si presentasse, proponendo un modo diverso di vivere e delle novità assolute su tutto l'arco dei rapporti, diventa facilmente un'esca, che induce a lasciare ciò che era "vecchio" per abbracciare ciò che è nuovo.
Vi sono evidentemente altri motivi, per esempio una sessualità che inizia in modo estremamente precoce, che è confusa con la capacità di amare; quando cessano gli stimoli sessuali, evidentemente cessa anche quel tipo di amore. Come vedete, i motivi sono parecchi e complessi; dovremo riprendere il discorso in una prossima etichetta.
Oggi cambia tutto.
Si cambia con facilità il domicilio, bisogna alle volte cambiare la professione, non parliamo poi dei cambiamenti ideologici o partitici. E allora, perché dovrebbero rimanere stabili la moglie, il marito e l'intera famiglia? Questo interrogativo può sembrare molto impudente, eppure è una realtà. La mentalità odierna odia la continuità, soprattutto quando questa diventa "noiosità". Ecco perché, tra i motivi che portano al divorzio ce ne sono alcuni che vengono giudicati banali, ma che psicologicamente non possono essere ritenuti tali. La mancanza di stimolo, la continuità troppo tradizionale della vita, l'incapacità di creare cose nuove. Perciò una persona che si presentasse, proponendo un modo diverso di vivere e delle novità assolute su tutto l'arco dei rapporti, diventa facilmente un'esca, che induce a lasciare ciò che era "vecchio" per abbracciare ciò che è nuovo.
Vi sono evidentemente altri motivi, per esempio una sessualità che inizia in modo estremamente precoce, che è confusa con la capacità di amare; quando cessano gli stimoli sessuali, evidentemente cessa anche quel tipo di amore. Come vedete, i motivi sono parecchi e complessi; dovremo riprendere il discorso in una prossima etichetta.
Etichette: continuità, famiglia, società, stabilità
domenica, febbraio 14, 2010
Senza famiglia?
Un tribunale italiano ha condannato i genitori di un gruppo di ragazzi alla multa di 450.000 euro perché i loro figli avevano stuprato più volte una ragazzina di dodici anni. Motivazione: quei genitori avranno mancato ai loro compiti educativi, con l’aggravante che quei giovani sicuri durante gli interrogatori non avevano mostrato il minimo segno di pentimento. Il tribunale aveva giudicato che compito dei genitori non è solo un’educazione etica, in questo caso assente, ma anche un’educazione ai sentimenti, dei quali i loro figli si dimostrarono assolutamente digiuni.
Riferisco questo fatto perché ho sempre sostenuto che, quando un figlio delinque gravemente, anche il genitore deve essere coinvolto nella correzione, forse non con multe salate, ma con l’obbligo di seguire dei corsi formativi sui propri compiti educativi.
Quando feci questa proposta, a chi di dovere, mi fu risposto che ha poco senso obbligare dei genitori a fare cose in cui non vogliono impegnarsi. Ma tutto dipende come si presenta e conduce questa formazione, perché resta sempre vero che il “mestiere” dei genitori è socialmente il più difficile, ma il meno insegnato!
Una volta c’erano delle tradizioni famigliari forti, di grande rilievo morale, e la religione faceva la sua parte.
Oggi la realtà è diversa, specie in famiglie dove i genitori hanno dato spettacolo di lotte interne fra i membri della coppia, seguite da divorzi, lasciando magari alla madre il compito di educare da sola dei figli adolescenti che contestano la sua autorità e si vendicano con un comportamento delittuoso per un’infanzia serena a loro negata. Inoltre ci sono casi dei genitori che devono lavorare ambedue, lasciando i figli troppo soli. Lo Stato è chiamato ad intervenire, affinché i genitori siano aiutati ad allevare, ma anche educare i figli.
Riferisco questo fatto perché ho sempre sostenuto che, quando un figlio delinque gravemente, anche il genitore deve essere coinvolto nella correzione, forse non con multe salate, ma con l’obbligo di seguire dei corsi formativi sui propri compiti educativi.
Quando feci questa proposta, a chi di dovere, mi fu risposto che ha poco senso obbligare dei genitori a fare cose in cui non vogliono impegnarsi. Ma tutto dipende come si presenta e conduce questa formazione, perché resta sempre vero che il “mestiere” dei genitori è socialmente il più difficile, ma il meno insegnato!
Una volta c’erano delle tradizioni famigliari forti, di grande rilievo morale, e la religione faceva la sua parte.
Oggi la realtà è diversa, specie in famiglie dove i genitori hanno dato spettacolo di lotte interne fra i membri della coppia, seguite da divorzi, lasciando magari alla madre il compito di educare da sola dei figli adolescenti che contestano la sua autorità e si vendicano con un comportamento delittuoso per un’infanzia serena a loro negata. Inoltre ci sono casi dei genitori che devono lavorare ambedue, lasciando i figli troppo soli. Lo Stato è chiamato ad intervenire, affinché i genitori siano aiutati ad allevare, ma anche educare i figli.
Etichette: educazione, famiglia, figli
domenica, marzo 08, 2009
Valore della famiglia
Nella mia Comunità vi è un bel gruppo di giovani coppie che animano i corsi in preparazione al sacramento del matrimonio. Quest’anno, oltre all’impegno di coordinare i vari gruppi nei tre corsi programmati, hanno deciso di impegnarsi a continuare la formazione dei neo-sposi con tre serate. La proposta risponde ad una richiesta insistente di quelle coppie che si interrogano sul loro vivere quotidiano. Le serate sono però aperte ad un pubblico più vasto, che ha a cuore la vita di coppia.
La prima conferenza, prevista il prossimo 10 marzo, sarà tenuta da don Sergio Chiesa. Più volte relatore in Ticino, don Chiesa è persona di indubbia competenza nel campo dell’educazione dei figli e degli adolescenti. Parlerà sul tema: “Figli: una risorsa o un problema per la coppia?”.
La seconda serata, che si terrà il 17 marzo, avrà per ospite una personalità di fama internazionale, la professoressa Giovannella Nasta Stropeni, psicologa e psicoterapeuta in sessuologia clinica. La signora Nasta parlerà sull’argomento: “Cosa unisce, cosa divide la coppia?”.
Infine la terza serata, prevista il 24 marzo, sarà dedicata ad una tavola rotonda alla presenza di tre coppie che offriranno al pubblico il loro “vivere quotidiano in coppia”, con la moderazione di Padre Callisto Caldelari e di Danilo Boggini.
Le serate avranno inizio alle 20.30 a Spazio Aperto, saranno gratuite e aperte a tutti gli interessati.
Se segnalo questi incontri non è per propaganda, ma perché da anni credo nel valore della coppia e della famiglia, valore che da qualche tempo viene sfacciatamente minato dai più deteriori modelli che presentano ai mezzi di comunicazione (per fortuna non nostrani) le loro scorribande amorose come conquiste di libertà e lotta contro la monotonia.
La prima conferenza, prevista il prossimo 10 marzo, sarà tenuta da don Sergio Chiesa. Più volte relatore in Ticino, don Chiesa è persona di indubbia competenza nel campo dell’educazione dei figli e degli adolescenti. Parlerà sul tema: “Figli: una risorsa o un problema per la coppia?”.
La seconda serata, che si terrà il 17 marzo, avrà per ospite una personalità di fama internazionale, la professoressa Giovannella Nasta Stropeni, psicologa e psicoterapeuta in sessuologia clinica. La signora Nasta parlerà sull’argomento: “Cosa unisce, cosa divide la coppia?”.
Infine la terza serata, prevista il 24 marzo, sarà dedicata ad una tavola rotonda alla presenza di tre coppie che offriranno al pubblico il loro “vivere quotidiano in coppia”, con la moderazione di Padre Callisto Caldelari e di Danilo Boggini.
Le serate avranno inizio alle 20.30 a Spazio Aperto, saranno gratuite e aperte a tutti gli interessati.
Se segnalo questi incontri non è per propaganda, ma perché da anni credo nel valore della coppia e della famiglia, valore che da qualche tempo viene sfacciatamente minato dai più deteriori modelli che presentano ai mezzi di comunicazione (per fortuna non nostrani) le loro scorribande amorose come conquiste di libertà e lotta contro la monotonia.
Etichette: famiglia, matrimonio, valori, vita di coppia
domenica, luglio 20, 2008
Essere o non essere
Qualche tempo fa avevo scritto, molto preoccupato, per l’aumento di suicidi nella nostra Patria, soprattutto da parte dei giovani. Mi ero chiesto quali potessero essere le cause di queste morti volute, premeditate ed eseguite a sangue freddo. Ho cercato qualche risposta. Una delle cause maggiori ritengo che sia lo sfascio della famiglia. Ormai in Svizzera i divorzi sembra che abbiamo passato la soglia del 50% e non mi dite che esistono i divorzi consensuali, forse di fronte alla legge, ma dentro ogni divorzio c’è una lacerazione, c’è un lutto, non soltanto per i due membri della coppia, ma se ci sono dei figli soprattutto per loro. Da uno dei due genitori vengono abbandonati e, spesso, dopo aver assistito anche per anni a litigi, a ripicche, a cattiverie di vario tipo, strumentalizzati a favore di una parte contro l’altra.
Un condannato francese morto alla ghigliottina per aver ucciso un poliziotto, Jacques Fesch, a coloro che gli chiedevano: “Come mai tu che sei uscito da una buona famiglia hai potuto arrivare a commettere un delitto così orrendo?”. Rispondeva: “Non è nel giorno che io ho ucciso quel poliziotto che sono diventato un criminale, è stato molto tempo prima, non ho fatto altro che mettere in pratica quello che era in me allo stato latente, finché se ne presentò l’occasione. Era inevitabile che un anno o l’altro avrei finito con lo sviarmi, a meno che nel frattempo avessi trovato un ideale. Ma questo ideale, la mia famiglia non me l’ha trasmesso. I miei genitori litigavano sempre, gridavano, urlavano, arrivavano anche alla violenza e noi, loro figli, dovevamo assistere a queste scenate, fino al punto che desiderammo la loro separazione e il loro divorzio”.
Una ragazza romana, suicida, alcuni anni fa, scriveva ai suoi genitori divorziati questa lettera testamentaria: “Mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene. Mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma non mi avete dato l’indispensabile, non mi avete dato un ideale per cui valesse la pena di vivere la vita, per questo me la tolgo”.
A queste parole non è necessario un commento. Per fortuna, non tutti i casi di divorzio portano a questi drammi, ma certamente portano ad una gioventù segnata dal dolore e, spesso, sviata da sani principi e forti valori.
Un condannato francese morto alla ghigliottina per aver ucciso un poliziotto, Jacques Fesch, a coloro che gli chiedevano: “Come mai tu che sei uscito da una buona famiglia hai potuto arrivare a commettere un delitto così orrendo?”. Rispondeva: “Non è nel giorno che io ho ucciso quel poliziotto che sono diventato un criminale, è stato molto tempo prima, non ho fatto altro che mettere in pratica quello che era in me allo stato latente, finché se ne presentò l’occasione. Era inevitabile che un anno o l’altro avrei finito con lo sviarmi, a meno che nel frattempo avessi trovato un ideale. Ma questo ideale, la mia famiglia non me l’ha trasmesso. I miei genitori litigavano sempre, gridavano, urlavano, arrivavano anche alla violenza e noi, loro figli, dovevamo assistere a queste scenate, fino al punto che desiderammo la loro separazione e il loro divorzio”.
Una ragazza romana, suicida, alcuni anni fa, scriveva ai suoi genitori divorziati questa lettera testamentaria: “Mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene. Mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma non mi avete dato l’indispensabile, non mi avete dato un ideale per cui valesse la pena di vivere la vita, per questo me la tolgo”.
A queste parole non è necessario un commento. Per fortuna, non tutti i casi di divorzio portano a questi drammi, ma certamente portano ad una gioventù segnata dal dolore e, spesso, sviata da sani principi e forti valori.
Etichette: famiglia, giovani, suicidio, valori
domenica, dicembre 09, 2007
Facciamo il Presepe

Si sta preparando il Natale e fra tutti i preparativi quello che io consiglio è il presepe.
Non solo perché nella nostra chiesa del Sacro Cuore se ne stanno allestendo una trentina come negli scorsi anni, ma perché il presepio è la migliore rappresentazione di un fatto che ha cambiato la storia, inoltre ha in sé una forza didattica davvero eccezionale.
Basta che siano rispettate alcune condizioni:
Che il presepio sia costruito dai membri della famiglia e non collocato come cosa pre-costruita senza nessuna partecipazione della famiglia stessa.
Che mentre lo si costruisce si spieghino i messaggi ai bambini.
Perché Gesù nasce in una grotta o in una stalla? Perché vicino a lui ci sono dei pastori e più tardi dei Magi, e non il re Erode o dei sacerdoti del tempio di Gerusalemme?
Che, pur facendo presepi tradizionali o moderni, siano rispettate le figure più importanti.
Ho visto presepi con il Babbo Natale e le renne, figure che deturpano i negozi e dissacrano i presepi.
La settimana scorsa sono stato, con un gruppo della mia Comunità, a visitare alcuni musei e esposizioni di presepi in Italia. Sempre interessante e bella quella di Dalmine vicino a Bergamo con incorporato un negozio dove si può acquistare materiale presepistico. Nulla di interessante a Bussolengo in capannoni enfaticamente chiamati “Villaggio di Natale”, una fiera del più puro chic.
Stupenda la mostra dei presepi allestiti all’interno dell’Arena di Verona.
Un venditore di presepi mi diceva che da quando era scoppiata la polemica, “presepi sì - presepi no” per un falso rispetto alle religioni non cristiane, aveva venduto di più, secondo lui l’interesse per i presepi è aumentato.
Etichette: bambini, famiglia, Natale, Presepe
domenica, maggio 27, 2007
Pentecoste
Pentecoste. Antica festa ebraica che, come dice il nome, cinquanta giorni dopo la Pasqua, celebrava la rivelazione di Dio sul Monte Sinai. Da noi festa cristiana, che ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli riuniti nel cenacolo e l’inizio della loro missione evangelica. Oggi le chiese pregano lo Spirito che le assista, le consigli, dia loro forza per essere fedeli al messaggio di Cristo, ma nello stesso tempo le aiuti ad affrontare alcuni problemi e le illumini a risolvere alcuni punti dubbiosi che hanno particolarmente bisogno di essere risolti.
Voglio accennare ad alcuni che si agitano nella Chiesa Cattolica.
1. Da parte della gerarchia (Papa, Vescovi) ultimamente ci sono state dichiarazioni forti su alcuni punti di dottrina morale dichiarati “non negoziabili”. Nessuno contesta alla stessa gerarchia il diritto di esprimere le proprie idee, in modo forte, ma fa problema che le stesse siano presentate come indiscutibili e che si assista (specie in Italia) all’interferenza nelle decisioni di organismi politici che, per loro costituzione, dovrebbero essere autonomi e consapevoli del proprio agire politico.
2. Tra i principi “non negoziabili” vi sono norme di morale familiare. È comprensibile, ma “non si può non interrogarsi sul fatto che le modalità delle relazioni umane sono cambiate e che non esiste un modello “evangelico” di famiglia, perché riflette il modello del suo tempo, e perciò il cosiddetto “modello cristiano” è mutato dalla tipologia della famiglia patriarcale e più recentemente da quella borghese.
3. Oggi si avverte sete di Vangelo, di comprensione, di fraternità, di quell’amore che tanto si sbandiera a parole, ma che trova forti opposizioni nella pratica. Non c’è necessità di giudizi e condanne, né tanto meno di estraneità dai bisogni e dalle esigenze concrete, di testimonianza pubblica. Le parole del Signore: “Sono venuto non a condannare il mondo, ma a salvarlo” (Gv. 3, 17), sono applicabili a tutte le situazioni purché si trattino appunto con amore e comprensione.
Questi pensieri sono tolti da un documento redatto dal Gruppo Promozione Donna del Forum Uomo-Donna di Milano in data 27 febbraio 2007 e fatto proprio dalla rivista ticinese Dialoghi (ultimo suo numero), foglio che meriterebbe di essere più conosciuto.
Voglio accennare ad alcuni che si agitano nella Chiesa Cattolica.
1. Da parte della gerarchia (Papa, Vescovi) ultimamente ci sono state dichiarazioni forti su alcuni punti di dottrina morale dichiarati “non negoziabili”. Nessuno contesta alla stessa gerarchia il diritto di esprimere le proprie idee, in modo forte, ma fa problema che le stesse siano presentate come indiscutibili e che si assista (specie in Italia) all’interferenza nelle decisioni di organismi politici che, per loro costituzione, dovrebbero essere autonomi e consapevoli del proprio agire politico.
2. Tra i principi “non negoziabili” vi sono norme di morale familiare. È comprensibile, ma “non si può non interrogarsi sul fatto che le modalità delle relazioni umane sono cambiate e che non esiste un modello “evangelico” di famiglia, perché riflette il modello del suo tempo, e perciò il cosiddetto “modello cristiano” è mutato dalla tipologia della famiglia patriarcale e più recentemente da quella borghese.
3. Oggi si avverte sete di Vangelo, di comprensione, di fraternità, di quell’amore che tanto si sbandiera a parole, ma che trova forti opposizioni nella pratica. Non c’è necessità di giudizi e condanne, né tanto meno di estraneità dai bisogni e dalle esigenze concrete, di testimonianza pubblica. Le parole del Signore: “Sono venuto non a condannare il mondo, ma a salvarlo” (Gv. 3, 17), sono applicabili a tutte le situazioni purché si trattino appunto con amore e comprensione.
Questi pensieri sono tolti da un documento redatto dal Gruppo Promozione Donna del Forum Uomo-Donna di Milano in data 27 febbraio 2007 e fatto proprio dalla rivista ticinese Dialoghi (ultimo suo numero), foglio che meriterebbe di essere più conosciuto.
Etichette: famiglia
